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Archivio di Ottobre 2009

“Ik ben god niet” - Non era Dio.

Martedì 13 Ottobre 2009

Per fortuna che mi piace il ciclismo, almeno ho occasione di parlarne un po'. E non scrivere, nei post sull'argomento, solo coccodrilli o, peggio, storiacce che con lo sport più bello del mondo non hanno nulla a che fare.

Questa volta, però, il post è proprio un simil-coccodrillo. Franck Vandenbroucke (per tutti VDB), ciclista, è morto.

Come i miei ~10 lettori (non è una citazione, così dice ShinyStat…) sanno, ho iniziato a seguire il ciclismo dal 2003. L'anno di grazia di Franck VDB, il 1999, lo ho mancato di ben 4 anni. Ma il ciclismo è uno sport che vive delle proprie tradizioni, e dove l'aura di un corridore si spande e influenza il plotone ben più delle vittorie, o dei momenti nelle quali siano state conseguite.
Franck Vandenbroucke (per tutti, VDB), nel 1998 vinse la Gand. Nel suo anno magico aveva fatto 2o al Fiandre e aveva vinto la Liegi. Nella seconda parte della stagione,2 tappe e un 12o posto nella generale alla Vuelta, più un ottimo 7o posto a Verona, nonostante un polso fratturato.

Poi quasi più niente, a livello sportivo. I ciclisti sono innanzitutto uomini. Sanno fare il proprio lavoro sono in certe condizioni. VDB da 10 anni a questa parte non è più riuscito ad esprimersi ai livelli del 1999, ma i suoi continui tentativi di risalire la china sono una testimonianza di come dentro di lui ci fosse la volontà innanzitutto di fare il ciclista. Perchè ogni corridore, con il solo gesto delle gambe mulinanti, onora questo splendido sport e la splendida filosofia, un po' mattocchia, che c'è dietro.

Nella generazione di grandi interpreti che ha infiammato la strada alla fine dello scorso decennio, quasi si contano più i morti che i vivi.
Che la terra gli sia lieve.

Vedi anche (due righe da parte di amanti del ciclismo)

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Se la Seconda Repubblica preme per calciare via la prima [elucubrazioni dietrologiche di fine decennio]

Mercoledì 7 Ottobre 2009

Sto aspettando il "Governissimo" per una serie di motivi. Il primo e più importante è che avremo tutta una serie di editoriali dai titoli stuzzicanti, inclusi quelli che iniziano con "se". Se-guono esempi:

  • Se il Governissimo sembra un governicchio;
  • Se il Governissimo deve fare il cattivo;
  • Governissimo o pateracchio?
  • Se Obama tifa per il Governissimo;
  • Governissimo, fortissimo, pianissimo;
  • LCdM all'appuntamento col Governissimo;
  • eccetera

In ogni caso, è sempre tempo di fantapolitica, nei momenti in cui il governo (senza superlativi) che abbiamo scricchiola. E allora via alle ipotesi: dalle quasi-credibili, alle quasi-ucronie.
Prendiamo come buona, per un attimo la tesi di Pannella: Berlusconi non è il primo uomo della Seconda Repubblica, bensì l'ultimo prodotto della prima. Tralasciamo un istante l'insieme farraginoso di concetti con i quali il buon Marco condisce questa affermazione (deconvoluti di tanto in tanto solo dal genio - e dagli scatarri - di Massimo "Il direttore" Bordin).

Scrissi che la sfida del 1993 tra Francesco Rutelli e Gianfranco Fini aveva in se tante caratteristiche di quella che sarebbe dovuta diventare, di lì a poco, la Seconda Repubblica. Due coalizioni: di quà i progressisti, di là i conservatori. Con un occhiolino all'alternanza, ai doppi turni, ai ballottaggi, e allo splendido maggioritario a collegio uninominale che qualche mese dopo avrebbe - per la prima volta - consegnato il paese ad un governo di destra, guidato da un Berlusconi estremamente diverso, quello, dall'attuale.

Rutelli, sindaco in motorino, proveniente da una cultura di sinistra extra-partitocratica, arrivava da fuori la melma nella quale rimestavano le classi dirigenti dei comunisti, socialisti e democristiani. Il buon Francesco fu il vincitore netto della sfida.
Ma a uscire vincente fu anche Gianfranco Fini. Che prese le mosse da una realtà politica estremamente significativa, e la portò fuori dal ghetto nel quale era confinata da archi costituzionali e tutto il resto. L'ultimo leader del Movimento Sociale, raccolse dalla sconfitta una legittimazione ed un riconoscimento fino ad allora impensabili. I frutti verranno più tardi, quando gli ex-MSI parteciperanno al governo Berlusconi I (che aveva, tanto per rimacare la differenza col Berlusconi odierno, Antonio Martino alla difesa e Biondi alla giustizia).

In ogni caso: dopo varie vicende, Rutelli e Fini per un motivo o per un altro non sono più riusciti a portare avanti i propri progetti.

Il primo, di scuola radicale, ha da anni in mente una sinistra diversa. I suoi concetti li aveva buttati giù, con discreto successo, a Roma. Poi, dopo la sconfitta del 2001 gli è mancato il nerbo per reggere la carretta (che non si tira certo col pane e la cicoria), ed è andato a ricercarlo tra le spalle larghe dei poteri forti. Ogni tanto ha ancora qualche sussulto, ma stenta e non sa quasi più come muoversi.

Il secondo, la scuola radicale sembra la stia conoscendo adesso. Stretta, pare, la sua collaborazione con Benedetto Della Vedova, che è uno dei tanti cervelli in fuga da largo Argentina e dagli scioperi della fame. L'ex leader di AN rimane ingabbiato in una posizione istituzionale che tronca braccia e gambe, ma evidentemente non il cervello, nè la bocca (chi non ricorda, tra l'altro, le lunghe interviste di Bertinotti?). Il presidente della camera non ha abbandonato il suo progetto di una destra costituzionale, repubblicana e, ultimamente, laica e (a tratti) libertaria. Tuttavia una serie di cose ne hanno minato la credibilità: passare dalle "comiche finali" al carro del vincitore non è sintomo di coerenza, nè di forza. Tuttavia ha dalla sua una serie di politici intraprendenti attorno a lui (qualche nome? Fabio Granata, Alessandro Campi, Flavia Perina e,in misura minore, Giorgia Meloni), una fondazione (FareFuturo) e mezza (Libertiamo, uno dei più interessanti think-tank che girano in rete).

Poi c'è Montezemolo. Uno che ha ancora una immagine intatta di vincente ed intraprendente. Attorno a lui sembrano raccogliersi personalità di altissimo livello come Andrea Romano (già autore dello splendido "Compagni di Scuola"). Francesco Costa è stato attento cronista delle vicende di Italia Futura. Coinvolta, tra i tanti, anche la bravissima Irene Tinagli, che è stata lasciata andare via dal PD senza che si muovesse una foglia.

La Seconda Repubblica scalpita per calciare via la Prima, che anche nelle sue forme più estreme sembra non rassegnarsi alla sua obsolescenza. Tutti quelli che hanno in mente la transizione, da soli non riescono a portarla a termine, per incapacità, inesperienza, insufficienza. Fosse che l'unica maniera per realizzarla sia quello di unire le forze soprassedendo sulle divergenze?

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Television - Marquee Moon (1977) [Ristampe]

Martedì 6 Ottobre 2009

"Vi insegno io a suonare la chitarra…"

Forse Tom Verlaine all'epoca si rivolse così a tutti quelli che concepivano l'arte delle sei corde come una masturbazione continua e anorgasmica dello strumento…
I Television si sviluppano intorno allo strumento principe del rock, rivoluzionandone il concetto. Se 10 anni prima Barrett la aveva utilizzata per sconfinare nella psichedelia rumoristica, e Tony Iommy all'inizio dei '70 di fatto stabilisce cosa significa "riff", Verlaine invece utilizza la chitarra per dipingere figure in movimento che si muovono su uno scenario trateggiato dal suo comprimario. 8 pezzi, 8 rappresentazioni, per entrare nella storia della musica tra i musicisti "immaginifici" .
Si parte forte con "I see no evil" dove emerge l'anima più movimentata della band. Ma subito Venus, il secondo storico pezzo dell'LP chiarisce i ruoli. Frase malinconica di chitarra ripetuta fino alla nausea, sezione ritmica corposa e canto tra l'ingenuo e lo straniato. La ballata Guiding Light lascia affiorare lo parte triste e disillusa della band, mentre brani come Friction e Prove it si ricollegano all'atmosfera che permea il brano iniziale. Elevation è un ritratto simile a Venus, appena più freddo, appena più straniato. Chiude il disco Torn Curtain, lenta litania dove la disperazione di Verlaine viene fuori accompagnata da una chitarra che ricama, ma è come se ricamasse con un ago affilato direttamente sulla nostra pelle.
Il capolavoro del disco è la title-track. 9 minuti introdotti da una sottofondo chitarristico marziale, incessante, supportato da una sezione ritmica mai invadente ma sempre, inesorabilmente, pulsante. Noi siamo semplicemente spettatori di un artista che dipinge sopra questo sfondo. Da momenti più astratti (quasi concettuali) a parti figurate. E il ritornello che spesso giunge come una liberazione. Quello che non manca mai è il pulsare incessante della ritmica di sottofondo. Idea stra-imitata (2 esempi? gli ermetici Blonde Redhead in "Water", gli intellettualoidi Baustelle in "La guerra è finita"…).
A mio avviso uno dei dischi da avere per capire tante cose: come si può essere grandi chitarristi della storia del rock senza aver mai fatto una videocassetta-seminario; come si può essere insieme musicisti rock e "pittori"; come si può costruire una delle copertine più significative della storia semplicemente rappresentando i componenti della band; come si possono visualizzare immagini stranianti e in movimento semplicemente ascoltando una canzone.

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