“A San Francisco il futuro arriva sempre un po’ prima”.
Così recita l’editoriale: colonna centrale, font di diversa grandezza (primi e archetipi, i “manifesti” dei futuristi) che campeggia nella prima pagina utile (la 5) del primo numero di WIRED Italia (W-IT).
Proprio Frisco, già cantata da Zappa et al. ormai più di quaranta anni fa, nel 1993 fungeva da substrato-catalizzatore per una rivoluzione nelle riviste specializzate.
Nei primi 90’s il popolo degli utenti dei PC si arricchiva, pian piano, di contributi eterogenei. Ad una base storica di professionisti dell’IT: camicia a righe e BIC nel taschino, si aggiungevano impiegati, amministratori di condominio, casalinghe e, in particolare, semplici curiosi amanti delle tecnologie di frontiera. Gli stessi che qualche anno prima acquistavano la macchina calcolatrice Curta o, perchè no? i videoregistratori Betamax.
Il goal di WIRED USA (W-US) era poter parlare di tecnologia senza essere hacker, o sapere come fosse fatta una scheda madre. In Italia la rivista esce, considerando il primo numero USA come al passo coi tempi, con sedici anni di ritardo. Intanto, per dire, il web è nato, cresciuto e cambiato in maniera radicale.
“L’opera struggente di un formidabile genio” di Dave Eggers è un romanzo che narra, tra le altre cose, della volontà del principale personaggio (dove ricorrono molti tratti dell’autore) di creare una rivista: “Might”, sui generis, per gente smart che si riconosceva in un certo stile di vita dinamico ed intelligente. In questo contesto è interessante che uno degli autori che ha contribuito al primo numero di W-IT citi proprio Dave Eggers e il suo romanzo come uno dei simboli della generazione di lettori della rivista USA.
Ora, nel 2009, agli albori del secondo decennio del ventunesimo secolo, quando il web non è più “la novità”, bensì “la piattaforma”, la rivista tenta di recitare un ruolo simile a quello che fu negli USA, rivolgendosi ad un certo tipo di pubblico. Quel pubblico che oggi ha più di un dubbio nei confronti dei supporti cartacei. Un pubblico che, volendo, potrebbe seguire in diretta la camera ardente di Candido Cannavò (citation needed - non riesco a trovare il link al sito della Gazzetta).
I network come Twitter, la grande arena di FriendFeed, oppure gli elementi condivisi dall’aggregatore di Google permettono l’emersione di contenuti ad immagine e somiglianza di chi li sceglie senza selezionarli. La propria WIREDNESS si misura a seconda di quanto il nostro lettore di RSS rivela i memi danzanti tra i blog: da questo punto di vista l’apertura di W-IT con una intervista ad Al Gore suona insieme barocca e anacronistica.
La scelta della Montalcini per la prima copertina appare fallimentare. Appare anch’essa manieristica, rivela una sorta di volontà di guardare al futuro rivolgendosi al passato (quasi un aforisma conservatore). L’incedere lento - ieratico - dell’intervistatore Paolo Giordano, che sceglie di inserire nel racconto dell’incontro digressioni personali nello stile già sentito nel suo esordio letterario, ottiene come effetto rivoluzionario quello di suscitare una ruspante, ancorchè per niente WIRED, grattata di palle scacciapensieri.
Il resto del giornale è costituito di contenuti. Validi. Meritano una nota la descrizione della rivolta 2.0 in Egitto, le pagine-rubrica Buzzwords, FAQ, l’imperdibile pagina dei Gadget.
Tempo fa scrissi che non mi interessa pagare e avere tra le mani un chilo di carta che mi racconti fatti.
Wired ha una stazza simile ed eccede in presunzione e pubblicità. Da questo punto di vista appare simile proprio a quel “Might” di cui sopra, che si presentava come “rivista che vi manda al diavolo”.
Tra l’altro esistono già consolidati esperimenti nei quali si parla di tecnologia spinta in maniera leggera, dinamica ma intelligente. Allora cosa può giustificare l’acquisto del secondo numero di W-IT?
Proprio come da tutta la rumenta che affolla i nostri aggregatori pian piano si ergono con forza i contenuti che conferiscono odori, consistenza e sapore all’aria fritta, anche su W-IT le buone cose emergono e si lasciano apprezzare. Forse siamo in ritardo di tre lustri; forse RLM in copertina vuole essere un omaggio ad una che era WIRED già nei meandri del secolo scorso e ancor di più nel secolo breve. Di più: i sondaggi sulle possibili scelte di copertina tra Renato Soru e Diego Bianchi (ma anche Adinolfi) sono un bel tentativo di guardare al futuro.
Da un certo punto di vista il nostro paese (lo dico da Romano: guardando la perfetta armonia dell’Ara Pacis e del suo coperchio, o ascoltando il rumore delle rotaie metropolitane seduto davanti al Colosseo), gioca da sempre sulla contrapposizione tra passato e futuro (o, se volete, tra acquasantiera e portacenere). In questo senso una centenaria per la copertina di una rivista che guarda avanti rientra perfettamente nella nostra cultura popolare (o Cultura-Pop).
Probabilmente da noi il tempo giusto per Wired è questo: è un futuro che è arrivato. Per fortuna.