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Wired: il futuro è arrivato. Purtroppo.

Mercoledì 25 Febbraio 2009

“A San Francisco il futuro arriva sempre un po’ prima”.

Così recita l’editoriale: colonna centrale, font di diversa grandezza (primi e archetipi, i “manifesti” dei futuristi) che campeggia nella prima pagina utile (la 5) del primo numero di WIRED Italia (W-IT).

Proprio Frisco, già cantata da Zappa et al. ormai più di quaranta anni fa, nel 1993 fungeva da substrato-catalizzatore per una rivoluzione nelle riviste specializzate.
Nei primi 90’s il popolo degli utenti dei PC si arricchiva, pian piano, di contributi eterogenei. Ad una base storica di professionisti dell’IT: camicia a righe e BIC nel taschino, si aggiungevano impiegati, amministratori di condominio, casalinghe e, in particolare, semplici curiosi amanti delle tecnologie di frontiera. Gli stessi che qualche anno prima acquistavano la macchina calcolatrice Curta o, perchè no? i videoregistratori Betamax.

Il goal di WIRED USA (W-US) era poter parlare di tecnologia senza essere hacker, o sapere come fosse fatta una scheda madre. In Italia la rivista esce, considerando il primo numero USA come al passo coi tempi, con sedici anni di ritardo. Intanto, per dire, il web è nato, cresciuto e cambiato in maniera radicale.

L’opera struggente di un formidabile genio” di Dave Eggers è un romanzo che narra, tra le altre cose, della volontà del principale personaggio (dove ricorrono molti tratti dell’autore) di creare una rivista: “Might”, sui generis, per gente smart che si riconosceva in un certo stile di vita dinamico ed intelligente. In questo contesto è interessante che uno degli autori che ha contribuito al primo numero di W-IT citi proprio Dave Eggers e il suo romanzo come uno dei simboli della generazione di lettori della rivista USA.

Ora, nel 2009, agli albori del secondo decennio del ventunesimo secolo, quando il web non è più “la novità”, bensì “la piattaforma”, la rivista tenta di recitare un ruolo simile a quello che fu negli USA, rivolgendosi ad un certo tipo di pubblico. Quel pubblico che oggi ha più di un dubbio nei confronti dei supporti cartacei. Un pubblico che, volendo, potrebbe seguire in diretta la camera ardente di Candido Cannavò (citation needed - non riesco a trovare il link al sito della Gazzetta).
I network come Twitter, la grande arena di FriendFeed, oppure gli elementi condivisi dall’aggregatore di Google permettono l’emersione di contenuti ad immagine e somiglianza di chi li sceglie senza selezionarli. La propria WIREDNESS si misura a seconda di quanto il nostro lettore di RSS rivela i memi danzanti tra i blog: da questo punto di vista l’apertura di W-IT con una intervista ad Al Gore suona insieme barocca e anacronistica.

La scelta della Montalcini per la prima copertina appare fallimentare. Appare anch’essa manieristica, rivela una sorta di volontà di guardare al futuro rivolgendosi al passato (quasi un aforisma conservatore). L’incedere lento - ieratico - dell’intervistatore Paolo Giordano, che sceglie di inserire nel racconto dell’incontro digressioni personali nello stile già sentito nel suo esordio letterario, ottiene come effetto rivoluzionario quello di suscitare una ruspante, ancorchè per niente WIRED, grattata di palle scacciapensieri.

Il resto del giornale è costituito di contenuti. Validi. Meritano una nota la descrizione della rivolta 2.0 in Egitto, le pagine-rubrica Buzzwords, FAQ, l’imperdibile pagina dei Gadget.

Tempo fa scrissi che non mi interessa pagare e avere tra le mani un chilo di carta che mi racconti fatti.
Wired ha una stazza simile ed eccede in presunzione e pubblicità. Da questo punto di vista appare simile proprio a quel “Might” di cui sopra, che si presentava come “rivista che vi manda al diavolo”.

Tra l’altro esistono già consolidati esperimenti nei quali si parla di tecnologia spinta in maniera leggera, dinamica ma intelligente. Allora cosa può giustificare l’acquisto del secondo numero di W-IT?

Proprio come da tutta la rumenta che affolla i nostri aggregatori pian piano si ergono con forza i contenuti che conferiscono odori, consistenza e sapore all’aria fritta, anche su W-IT le buone cose emergono e si lasciano apprezzare. Forse siamo in ritardo di tre lustri; forse RLM in copertina vuole essere un omaggio ad una che era WIRED già nei meandri del secolo scorso e ancor di più nel secolo breve. Di più: i sondaggi sulle possibili scelte di copertina tra Renato Soru e Diego Bianchi (ma anche Adinolfi) sono un bel tentativo di guardare al futuro.

Da un certo punto di vista il nostro paese (lo dico da Romano: guardando la perfetta armonia dell’Ara Pacis e del suo coperchio, o ascoltando il rumore delle rotaie metropolitane seduto davanti al Colosseo), gioca da sempre sulla contrapposizione tra passato e futuro (o, se volete, tra acquasantiera e portacenere). In questo senso una centenaria per la copertina di una rivista che guarda avanti rientra perfettamente nella nostra cultura popolare (o Cultura-Pop).

Probabilmente da noi il tempo giusto per Wired è questo: è un futuro che è arrivato. Per fortuna.

Fonderia Romana - Fonderia Romana (2008)

Sabato 12 Aprile 2008
Scrivere su un debut-album è sempre una faccenda complicata. Non si può indugiare in raffronti con le opere precedenti, non si può avere il beneficio del pregiudizio, non si può accusare la band di commercializzazione.

La Fonderia Romana è un combo costituito da cinque personalità ben distinte che sembrano provenire da universi molto differenti. Il gioco (inglesismo) che propongono è un funk-rock ballabile dalle tinte psichedeliche. L’ossatura dei brani sta nella sezione ritmica fatta di basso pulsante e onnipresente insieme con una batteria essenziale ed efficace. Su questo tappeto (da fachiro) si sfidano e si rincorrono tastiere e chitarra. Nel momento in cui la cantante riesce a prendere tutti per mano dosando gli squilibri, scaturiscono melodie gradevoli e trascinanti.

Il disco, dunque.

Si parte forte con “Voci”. Già ascoltata sul demo, inizia con un riff di basso da accademia del funk, tastiera colorata e litania incessante, più onomatopeica che narrativa (grande punto di forza, devo dire).
La successiva title-track è sufficientemente programmatica. Basso-tastiera che altalenano ritmicamente, contraltate da una chitarra carica di elettricità fino all’inevitabile intermezzo balla-e-ascolta. Ottima per diffondere il monicker-slogan.
In “Senza Orme” viene fuori più chiaramente la personalità della chitarra: una sintesi democratica di Hendrix e Max Casacci, che saltella sul groove costruito dagli altri.
Segue un trittico cruciale.
“Libere Evasioni” è il brano migliore del disco, a mio avviso. Si potrebbe dire che è semplicemente la canzone che i Subsonica non sono più capaci di scrivere. Parte con una frase sommessa di tastiera, dove si inserisce una voce disillusa ma già sorniona. Irrompe il basso, a calciare via la calma, e via si ricomincia col ritmo forte. Per poi ritornare nella strofa, al racconto intimo della voce. Da brividi il frammento “Forse / il mondo è un’ illusione / e l’arte è sua evasione”. Termina con una specie di risata che introduce un po’ alla successiva Ironia.
Se “Libere Evasioni” è la sintesi, “Ironia” è un bel pezzo di tesi. Il lato più raccolto delle sonorità del gruppo viene fuori bene, nella strofa, grazie ad un arpeggio “classico” e delle gradevoli linee vocali. Fino ad arrivare all’imprevedibile break forsennatamente psichedelico, ricco di effettistica e controcanti.
La ‘Nube dell’Ignoto’ è probabilmente uno dei brani-chiave dei concerti, per la sua esplosività controllata. Parte con un sostenuto groove pieno di effetti, con un testo quasi criptico, e scivola liquida verso un finale.

‘D.N.A.’ è puro funk-pop italiano: strofa più tranquilla, classico ritornello liberatorio (oggi-la-vita-ritorna ecc…) e assolo avventuroso (apropos: si, la citazione di purple haze è arrivata). ‘Viaggi di mente’ la avevamo già apprezzata sul demo. Brano dalle velleità più sperimentali, che riesce a mantenersi entro i binari della pragmaticità, con gli ottimi cambi di ritmo e con un intermezzo rappato (dalle rime un po’ ingenue, a dire la verità).
Il microsolco volge al termine (consentitemi questa citazione) con ‘Music Trip’, che è un po’ una bella summa di tutto quello che è stato detto fino adesso. Linee razionali (almeno quanto può esserlo la scienza sperimentale) del basso, borborigmi elettrici della chitarra, tastiere psichedeliche al punto giusto, e ritornello trascinante (I believe in funk).
Chiude l’opera la cover. Ottima scelta, questa, per un gruppo che vuole farsi conoscere. E ottima la cover. Un De Andrè di annata, con uno dei migliori riff in tutta la produzione del Faber. ‘Il Bombarolo’ viene ridisegnata come una cavalcata raggamuffin, interpretata magistralmente dalla cantante, che recita bene le parti più tranquille, e esibisce un tono da cazziatone nel ritornello.

Fin qui il disco.

La Fonderia Romana ha tra i suoi punti di forza una capacità di scrivere melodie e ritornelli memorabili, di impatto, e trascinanti. Tra le dolenti note, il disco soffre come tutti i debut di una leggera eterogeneità. In realtà la mia chiave di lettura preferita sta nell’importanza del logo. ‘Fonderia Romana’ lo si trova in giro per la città, e garantisce diffusione a costo zero. In più racchiude a mio avviso, in un solo simbolo, due aggettivi importanti nel progetto della band: metropolitana e vintage.

E al futuro per i prossimi sviluppi.

L’impresa #2 - Il tragitto.

Venerdì 1 Febbraio 2008
Avevo pensato ad un post di immagini e parole. Ma meglio le parole.

Dove eravamo rimasti all’epoca?
All’entrata della metro, Roma Nord-Ovest. Ci ritroviamo all’uscita. In piazzale Appio != Piazza S.Giovanni. Sulla sommità delle scale maggiordomi in gilet fosforescenti mi attendono e mi accolgono entrante nel mio pellegrinaggio, porgendomi riviste gratuite a volontà. Accetto, proseguo. Alla mia destra Coin, davanti, sempre sulla destra, Via Sannio. Alzo lo sguardo. San Giovanni è una delle basiliche di Roma. San Giovanni è vicina alla via Appia. Davanti San Giovanni c’è la Scala Santa, vicino al teatro Sala1. Dietro si erge der Obelisk. Non lontano il Colosseo, Porta San Sebastiano, l’Ardeatina, e tanti altri luoghi che grondano Storia. E le mezze figure, onesti mestieranti della retorica, che affollano i salotti televisivi, trasformano e offendono di continuo questo anfiteatro in una enorme piattaforma da comizio. Ma subito alzo lo sguardo e metto a tacere le derive antipolitiche. Da provare: Uscire dalla metro a S Giovanni e guardare in su. Dall’angolo tra la Coin e Via Sannio una Marcia dei Santi si erge su un tappeto di chiome di pino. ‘L’ Apostolo che egli amava’ trascina la mistica combriccola marmorea. E per un attimo il ciangottante popolo delle piazze ammutolisce, scompare.
Guadagno terreno e oltrepasso l’Arco. Oltre c’è l’apertura della Piazza, da sottofondere con la colonna sonora di C’era una volta il west (o Ritorno al futuro 3 - Chi mi elenca le somiglianze?). Corro sul mezzo. Di lenta carriera mi ritrovo a sinistra l’obelisco e a destra via Merulana.

“Sao ke kelle terre per kelle fini que ki contene, tanti anni le possette FELA…”

Più avanti, Via dell’Amba Aradam, l’azienda ospedaliera; giro a destra: la SMA “Georgiana”, Piazzale Ipponio.

Su di esso non c’è null’altro da dire. E null’altro da chiedere ad una piazza di semi-periferia. Rovine Romane, un parchetto, pietra; alberi oscuranti, palazzi coperti di smog, una scuola. E più in là, per una via in saliscendi che porta ad una piazza simile nei concetti, ma diversa negli sviluppi. Piazza Epiro, infatti, vive del suo mercatino appena restaurato. A destra fanno capolino le Mura.

Poi, a dire la verità, il mezzo non passa in via Populonia. Ma io per un attimo passo al gioco del facciamo. ‘Facciamo che scendo, percorro via Populonia a piedi, la descrivo, e raggiungo il mezzo in seguito?’
La via è un passaggio tra due spettacoli. Alla destra una successione di graffiti. ‘E questa la chiamate arte?’
A sinistra uno splendido anfiteatro fatto di palazzi che si affacciano su un terreno in costruzione (sole che batte sui campi di pallone, ecc…). Grumi di terra, e una casupola da geometri nel mezzo. Il tutto chiuso dietro una rete coperta da un telo bianco con squarci: inconcettuali, fuori dallo spazio, senza attese.

Più avanti ritrovo l’autobus. Sono lungo le mura. Mi accingo ad intraprendere l’Appia antica. La Storia permea ogni suo singolo sanpietrino (Domine Quo Vadis, Catacombe, Fosse Ardeatine, via dell’Annunziatella…). La campagna a destra e manca, e il mezzo sempre sul suo morbido corridoio di asfalto. Un bivio mi annuncia il prossimo arrivo. Scendo. Trovo risposta, più che mai negativa, alla domanda: “Esiste mai qualcosa al mondo, maggior di Roma?” - e un post su quest’ultima citazione non s’ha da fare, ne domani, ne al futuro.

OK il prezzo è g…eek o_0

Mercoledì 26 Dicembre 2007

Questo è un post sul prezzo della benzina.

OK il prezzo è g…eek o_0

La fotografia è stata scattata da me alle 19 e 30 circa del 26.12.2007.

L’impresa #1 - Antefatto

Sabato 13 Ottobre 2007
La prima parte della giornata di venerdì 12 ottobre è stata tutta all’insegna del camminare.Infatti trovandomi come al solito nel bel mezzo del traffico mattutino (poi mi si chiede il perchè esco di casa alle 7…praticamente fino alle 10 non si cammina più), alla fermata con un autobus che arrivava, ho tranquillamente fatto passare una signora prima di me. ‘Prego, prego’, ignaro che la signora era l’N_max di persone per quell’autobus. E invece di pensare ai collegamenti che questa cosa poteva avere con gli zeri della funzione di partizione, ho imprecato e mi sono diretto verso la fermata della metro a piedi. Il percorso è nervoso: mangia e bevi, per dirlo alla Cassani. Il traffico però offriva l’occasione di gareggiare con l’autobus che mi aveva rifiutato (l’uomo contro la macchina…). Sulla prima salita lo ho agevolmente staccato approfittando della combinazione curva + pendio + traffico. All’incrocio successivo l’autobus mi riprendeva ed io, costretto a seguire semafori e segnaletiche rimanevo attardato al gran premio della montagna. Così mi avviavo mesto sulla discesa, vedendo la sagoma oblunga del mezzo che ormai si avviava verso la via della fermata metro. Ma d’un tratto il traffico mi veniva ancora in aiuto. Arrivati all’inizio di Via Battistini ci affiancavamo, e ce la giocavamo sul rettilineo finale. Avrei voluto inebriarmi delle telecronache di Bulbarelli&Cassani, registrate sul mio telefonino, ma disgraziatamente avevo dimenticato l’infernale elettrodomestico a casa. Così, potendo contare solo sulle mie forze, procedevo del mio passo, staccando il famigerato 980 a 50 metri dall’arrivo, e a lui bloccato nel traffico, restava solo la rabbia di vedermi passare il tornello della metro A a braccia alzate tra due ali di folla festanti.

L’impresa

Venerdì 12 Ottobre 2007
Per principio non scrivo mai dalla mia postazione di ‘lavoro’. Ma oggi faccio uno strappo per dire che ho compiuto l’Impresa.

Causa sciopero mezzi periferici:

S.Giovanni - Via Ardeatina,306
tempo di percorrenza: 1h
500 ml d’acqua assunti
mezzo di trasporto (chi mi guida e mi conduce…): i piedi!

Seguiranno post sui miei task-unrelated thoughts durante il cammino.