Jonathan Coe – La banda dei brocchi (titolo originale: The Rotters Club) [Seconda Ristampa]
Domenica 9 Agosto 2009Un post su uno scrittore del calibro di Jonathan Coe è un’azzardo. Prendetelo come un umile omaggio, e una specie di regalo per il barbarico re, che so per certo essere appassionato.La recensione, anche in questo caso, è vetusta, già pubblicata sul sito degli studenti di Fisica. Per chi se la fosse persa lì, per chi non avesse intenzione di andare su ħ.org, per chi è un collezionista dei miei scritti e non si fa scappare neanche le ‘ristampe’, ecco cosa penso del romanzo ‘La banda dei brocchi’:
Prima di leggere un’opera di un autore UK sono sempre carico di pregiudizi. Specie se contemplo una copertina dove troneggia l’immancabile Union Jack (della quale si abusa quasi come della bandiera della pace), terreno dove incedono sgangherati dei ragazzotti jeans e camicia a maniche corte, e già mi sembra di scorrere pagine tutte musica pop (o peggio, finto-rock) e iniziazioni varie.
Promemoria: diffidare delle copertine. Anzi, foderare i libri che si acquistano, specie se “Economica Feltrinelli”.
Dove collocheremmo l’opera nella nostra brava biblioteca ideale? In mezzo ai romanzi di formazione, certo. Ma più che accanto ad un “Giovane Holden”, “La banda dei brocchi” preferisce ritagliarsi uno spazio, infinitesimo per carità, tra un Joyce ed un Proust, se non altro perchè i suddetti mostri sacri scrissero di giovani dai grossi turbamenti interiori e dallo sguardo perennemente perso nel vuoto. L’amore di Coe per il Maestro irlandese, tra l’altro, si svela nell’ultimo capitolo senza tanti giri di parole. Anzi: proprio con i tanti giri di parole che compongono lo splendido flusso di coscienza del personaggio più protagonista della storia.
In “La banda dei brocchi” ci sono tutti gli anni ‘70 (neanche fosse un vino Galassi). Li scorriamo attraverso gli occhi di diversi personaggi.
Un eroe locale che nel suo piccolo sembrava aver cambiato il mondo con gli scioperi, che si risveglia sanguinante per una manganellata, negli oscuri 80s dove la Thatcher spegne i residui delle fiamme socialiste.
Un artista-da-giovane, Benjamin, forse protagonista, nel quale si mescolano tante trame: il passaggio dal progressive al punk, dalla scuola al lavoro, da una società di bianchi alla multiculturalità, dalla terra al cielo nel volo di un palloncino.O, se preferite, con la perdita della verginità.
E ancora, gli sguardi persi ed innamorati delle donne, che vivono bene, o meno serenamente, la liberazione sessuale, la condizione di amanti, lo stare in una società che ancora le confina a casalinghe che si lasciano ammaliare dal potere delle parole di qualche sedicente intellettuale.
Ma “La banda dei brocchi” è, innanzitutto, un romanzo di situazioni. E come non esserlo, se si seguono le orme di Joyce. Il passaggio dalla società idealistica dei 70s al riflusso degli ottanta è scritto tutto nella pernacchia di un conducente d’autobus ad un vanesio professore di storia dell’arte.
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